FELPA ENORME

- sei una ragazza tumblr
- ti tagli
- sei una ragazza tumblr e ti tagli
- sei A.

Odio dover inserire discorsi romantici all’interno del mio romanzo, però poi li rileggo e penso: “niente male!” che, secondo il metro di giudizio della mia abituale autocritica, equivale a: “wow”.

Anonimo:  Di cosa parla il tuo libro?scusa se te lo chiedo ma ho appena scoperto il tuo blog,ho visto un po' i post e mi sono accorta che hai scritto un libro. Puoi dirmi di cosa parla se non ti dispiace?❤️

Certo. “Scrivere fa rima con vivere” è una raccolta di aforismi che toccano diverse tematiche; gran parte degli aforismi presenti all’interno del libro sono incentrati sulla figura dello scrittore, sul valore della scrittura stessa, sull’ideale filantropico, sull’importanza della filosofia, sulla ricerca della verità, l’ipocondria, la brama di vivere e di scrivere… di vivere per scrivere, e viceversa.

Anonimo:  Con quale casa editrice pubblicherai il tuo romanzo?

Nei mesi scorsi ricevetti una proposta di pubblicazione da parte di un editor Mondadori. Attualmente sto aspettando il responso. 

Anonimo:  Link del tuo Facebook?

https://www.facebook.com/sara.cassandra.3

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Anonimo:  Ciao. Seguo tanto il tuo blog e a breve comprerò il tuo libro. Volevo chiederti se potevo leggere daventi alla mia scuola il racconto del signore sulla sessantina. Mi farebbe tanto piacere. È per la giornata internazionale della lettura.

Certo che puoi. Anzi, sarebbe un grande onore per me.

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C’era questo signore, sulla sessantina, e lo vedevo, sempre in strada, sempre, ogni volta che andavo al tabacchino per rifornirmi di sigarette.
Si può dire che l’avevo visto crescere, di circa due anni.
Insomma, se due anni fa aveva cinquantotto anni, potrei dire di esserci stata ai suoi sessanta, se ne aveva già sessanta, allora ci sono stata ai suoi sessantadue.
Il fatto è che, qualunque età avesse avuto, nell’arco di tutti e due gli anni faceva sempre la stessa cosa, si muoveva sempre allo stesso modo: era in cella.
Nella cella dell’abitudine.
E come ne esci, da lì?
Lo ricordo così, con i soliti occhiali da vista che, sono sicura, non bastavano più, e con la solita espressione vaga che posava su di un volto pallido, scarno, un’espressione vaga che insieme a lui vagava, per terra e per chissà quale universo a me sconosciuto.
All’inizio pensavo volesse carpirmi le sigarette, tant’è che velocizzavo il passo quando gli passavo accanto.
Poi, tutt’ a un tratto, mi attanagliava una febbrile sensazione che mi spingeva a voltarmi indietro, per chiedergli scusa.
Così, ci pensò il tempo a farmi vergognare di quel maligno pensiero.
Perché i giorni passavano, le sigarette finivano, e lui era lì, a fare le stesse cose strane.
Ma oramai m’ero decisa a scrutarlo più a fondo, mi era partita un’esigenza interiore, e mi interessava sapere cosa cercava, in quel posto vuoto dove c’era solo un tabacchino e qualche albero frastagliato.
Non era certo un mendicante, non l’avevo mai visto chiedere spiccioli a nessuno, e vestiva bene.
Però quel giorno che decisi di osservarlo più da vicino, notai un particolare.
Aveva estratto dal taschino della giacca dei piccoli foglietti, o almeno, così pareva dalla mia angolazione.
Li aveva guardati fisso, quei foglietti, per qualche secondo, poi li aveva posati nuovamente all’interno del taschino, con apparente cautela.
Dopo, aveva ripreso a guardarsi intorno, a tratti rincorreva un muretto, e successivamente, tornava piano sui suoi passi, con la rassegnazione in viso, una rassegnazione talmente assopita che puoi vederla soltanto nei film, se sei fortunato.
Mi resi conto che avevo realmente assistito alla proiezione di un film, del quale volevo assolutamente conoscerne il finale.
Non feci in tempo ad avvicinarmi a quel signore che lo fecero due ragazzine, molto piccole, al posto mio.

"Signore, possiamo farle una domanda?"

Lo sguardo del vecchio s’illuminò di speranza.

"Ditemi, fanciulle."
“Ha perso qualcosa? Vuole una mano a cercarla?”
“Sì. Ho perso qualcosa. Ma devo trovarla da me.”
“Cos’è? Un anello? Una spilla? Un documento?”
“E’ una bambina, la mia bambina.”
Le due si allontanarono, stralunate, senza dire una parola, lasciandolo lì, a rimuginare su quel che aveva appena dichiarato. O forse solo a pensare di aver riconosciuto sua figlia negli occhi delle due passanti.
Il mio pacchetto di sigarette poteva aspettare ancora un po’.
Mi avvicinai anch’io.
Lui mi guardò, e io gli sorrisi spontaneamente.
Non l’avevo mai fatto in due anni.
Ricambiò il sorriso, e subito, si rimise all’opera.
Stetti altri pochi minuti ad osservare i suoi movimenti.
‘Se solo quella bambina potesse essere al posto mio’ pensavo ‘si sorprenderebbe dell’amore di suo padre’.
E capii immediatamente cosa aveva estratto dal suo taschino: foto, le foto della sua bambina, avevo presunto.

Quando fui tornata a casa, non avevo solo un pacchetto nuovo di sigarette, avevo una storia commovente da raccontare a mia madre.
Infatti a cena le raccontai tutto.
Finalmente, dopo due anni, riuscii a parlarne con lei.
Mia madre, inizialmente, si stupì. Poi, pare ebbe una sorta di insight, e mi chiese:
“Per caso portava gli occhiali da vista?”
“Sì, perché?”
“Era pallido? Indossava una giacca?”
“Sì mamma, ma lo conosci già?”
“Certo. Lo conoscono tutti. E’ un signore pazzo, vedi di allontanarti quando gli passi vicino.”
“Pazzo? Pazzo perché? Perché cerca la sua bambina? Perché non ha mai smesso di sperare?”
Protestai, adirata.
“Non troverà mai quella bambina, perché quella bambina è morta due anni fa, investita da un’auto, sbattuta a sua volta contro l’albero di fronte al tabacchino.”
Era tutto chiaro, ma non abbastanza da farmi cambiare idea.
No, non era pazzo, era solo un uomo che aveva perso l’amore più grande della sua vita, e per non morire, s’illudeva di poterlo ritrovare… lì, proprio lì dove l’aveva smarrito.